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“Il Principe”

ovvero,

come travisare un’opera storico-politica unica nel suo genere per giustificare comportamenti che nulla hanno di machiavellico

Un mio vecchio professore di Politica Economica disse un giorno riguardo al “Capitale” di Karl Marx: “è una di quelle opere di cui tutti parlano ma che nessuno ha veramente letto”

Tranne vari stralci fatti alle scuole superiori, forse si potrebbe dire lo stesso del Principe di Niccolò Machiavelli, entusiasta consulente politico e diplomatico della Firenze post-medicea e importante figura del Rinascimento italiano.

Io mi sono preso la briga di leggerlo. Che poi briga-briga non è, data la scorrevolezza e la brevità del testo, a dispetto di quello che si potrebbe pensare. Certo, bisogna adorare la materia ed essere malati di politica teoretica per leggerlo, ma superato questo ostacolo, si procede oltremodo bene…

Ebbene, ciò che mi ha spinto a leggerlo (oltre al fatto che è un classico che dovrebbe essere letto da molti) è stato l’abuso che si fa oggi del proverbio “Il fine giustifica i mezzi“, cosa che permette a chiunque di giustificare (appunto) ogni più abietta e immorale azione in nome di un risultato positivo.

L’ho cercato per curiosità. E quello che ho trovato è stato questo bel passo:

“Non partirsi dal bene, potendo, ma saper entrare nel male, necessitato”
[cap. XVIII]

In pratica, se la situazione lo richiede (il fine) si posso anche seguire strade non proprio pulite (i mezzi). Tuttavia come si può vedere, in questa frase il presupposto è quello di restare nel bene, per rivolgersi al male solo in ultima istanza (intendendo per “male” il sacrificio dell’etica all’interno del comportamento politico).
Ormai invece molti non fanno che saltare la prima parte della frase per passare direttamente a quella successiva…

Neanche un piccolo sforzo per restare nel bene, potendo…, quindi.

Tanto “l’ha detto Machiavelli”, quindi l’atteggiamento anti-etico assume
un’aurea mistica e quasi sacra…

Peccato che in realtà Nicolino intenda tutt’altro. E mi sembra opportuno ricordarlo, visto che non è cosa da poco.

L’entrar nel male, necessitato non è infatti riferito al bene proprio, bensì al bene comune, come giustamente detto poco prima nello stesso capitolo:

“uno principe e massime uno principe nuovo non può osservare tutte quelle cose per le quali gli uomini sono chiamati buoni, sendo spesso necessitato, per mantenere lo stato, operare contro alla fede, contro alla carità, contro alla umanità, contro alla religione.”
[cap. XVIII]

E’ vero quindi che il fine giustifica i mezzi, ma per “fine” si intende quello pubblico, non quello privato.

A prova di ciò, si può riprendere un passaggio in cui, citando un episodio storico di cui è protagonista Agatocle, Machiavelli interpreta le crudeltà commesse e il sacrifico dell’etica proprio come ultima disperata spiaggia:

“Bene usate si possono chiamare quelle – se del male è lecito dire bene – che si fanno a uno tratto per la necessità dello assicurarsi: e di poi non vi si insiste dentro ma si convertono in più utilità de sudditi che si può.”
[cap. VIII]

Si può naturalmente discutere sull’opportunità di commettere nefandezze anche a nome dello Stato o della comunità, soprattutto ai giorni nostri (ricordiamo che l’opera è stata pur sempre scritta nel ’500).

Ciò su cui, a mio parere, non si può discutere è il fatto che l’insegnamento del Kissinger toscano non è rivolto al singolo individuo bensì a chi detiene potere nella comunità in quanto tale.

E il riferimento all’importanza del popolo (e quindi un altro insegnamento al leader e non all’individuo) si può ritrovare in questo ulteriore passaggio:

“Concluderò solo che a uno principe è necessario avere il populo amico, altrimenti non ha nelle avversità rimedio”
[cap. IX]

Certo, quando parla di Cesare Borgia, il Valentino che lui utilizza a esempio per istruire il giovane Lorenzo de’ Medici (il nipote del Magnifico), forse colto da un fremito di ruffianeria tipica di ogni italiano che si rispetti, lo loda sprattutto per il suo modo tutt’altro che etico di gestire il principato (nel capitolo VII scrive un lungo elenco di azioni d’ogni tipo compiute dal Valentino, concludendo con la frase “non può trovare ei più freschi esempli che le azioni di costui”)

Detto questo, mi sembra riduttivo relegare quello che viene definito uno dei testi politici più belli a livello mondiale a semplice opuscolo per giustificare atteggiamenti immorali.

Gli insegnamenti presenti sono molteplici e molti sono tutt’altro che ciniche separazioni di etica e politica.

Un passaggio che ritengo molto interessante, ad esempio, è quello relativo all’ignavia dei molti principi che hanno perso il proprio principato a causa loro, ma che pur tuttavia accusano la sfortuna. A loro, Machiavelli dice:

“è comune difetto degli uomini non fare conto nella bonaccia della tempesta.”
[cap. XXI]

e ancora

“[un principe saggio non deve] mai nei tempi pacifici stare ozioso, ma con industria farne capitale per potersene valere nelle avversità, acciò che la fortuna, quando si muta, lo truovi parato a resisterle.”
[cap. XIV]

Cose che ahimè non abbiamo imparato ancora oggi.

Non a caso ora stiamo pagando la politica dalla manica larga degli anni Ottanta e quella approssimativa e plastificata degli anni Novanta, convinti come eravamo di avere raggiunto la fine della storia e di vivere ormai ricchi e felici ad libitum, salvo poi dar la colpa alla congiuntura quando le cose vanno male…

E che dire poi del suggerimento a imitare i grandi del passato? Non si potrebbe prendere spunto da questo passo, per creare un proverbio?

“debbe uno uomo prudente entrare sempre per vie battute da uomini grandi, e quegli che sono stati eccellentissimi imitare.”
[cap. VI]

Non mancano poi istruzioni di vario genere sul come costituire un buon esercito (in una frase: “I principali fondamenti che abbino tutti li stati, così nuovi come vecchi o misti, sono le buone legge e le buone arme” [cap. XII]), così come è presente una descrittiva suddivisione dei vari tipi di principato esistenti, per dire alcune delle cose che rendono interessante l’intero scritto.

Infine, e rendiamone atto al grande Nick, la sua capacità di leggere la storia a lui contemporanea miscelandola con riferimenti a quella classica dimostra un’erudizione di dimensioni mastodontiche, a mio giudizio.

Tedeschi, francesi, spagnoli, svizzeri, pontefici, veneziani, milanesi, fiorentini, napoletani, greci, romani, persiani, cartagenesi; tutti vengono sapientemente inseriti in questo istruttivo saggio adatto a qualsivoglia leader, sempre che tale leader non lo interpreti come, appunto, la giustificazione a fare ciò che più gli pare e piace (cosa che purtroppo è già accaduta).

Molto ci sarebbe ancora da dire, ma non voglio rendere questo post un frullato di citazioni continue.
Invito dunque chiunque a procurarsi una copia di quest’opera e leggerla.
Consiglio un’edizione che contenga, in nota, riferimenti storici e commenti. Ne facilitano la lettura e la comprensione.

Io ho utilizzato l’edizione Einaudi Tascabili a cura di Giorgio Inglese, pubblicato a Torino da Giulio Einaudi Editore nel 1995.