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“Lettere Persiane”

Per offrire un quadro esauriente e completo di quest’opera di Charles Louis de Secondat, barone di Montesquieu, basterebbe fare un copia/incolla dell’introduzione al libro scritta dal critico letterario Jean Starobinski.

Tuttavia, se lo facessi, perderei il gusto di descrivere il mio punto di vista su uno dei testi più profondi e al tempo stesso più leggeri che abbia mai letto.

Un ossimoro, è vero. Questo, però, è il mio commento immediato alle “Lettere Persiane”, una collezione di 161 epistole scritte dal nobile accademico Montesquieu per mettere alla berlina, contemporaneamente, la sua Francia e la Persia, la società in cui vive e un mondo a lui lontano.

Con un artifizio utilizzato per evitare, da un lato, la censura (per le velate accuse rivolte al sistema francese) e, dall’altro, la critica dei suoi pari (per aver scritto un’opera di basso rango culturale), Montesquieu fa credere al lettore di trovarsi di fronte ad una raccolta di lettere scritte da un tale Usbek, un nobile persiano in “vacanza” in Francia, e da alcune altre persone della sua cerchia, tra cui il suo giovane compagno di viaggio Rica, le sue varie mogli rimaste nell’Harem persiano, gli eunuchi della sua reggia e qualche altro amico sparso qua e là per l’Europa.

Così facendo, Montesquieu riesce a smontare ogni meccanismo della società settecentesca utilizzando lo stupore che colma gli occhi e le menti dei due viaggiatori persiani.

Porta la società occidentale su un altro piano, ribaltando il punto di vista a cui i suoi connazionali sono assuefatti, anche stravolgendo il dualismo esistente tra sacro e profano che caratterizzava (e caratterizza) la contesa tra cristiani e musulmani.

“Il Papa si dice successore di uno dei primi cristiani, chiamato san Pietro, e la sua è certo una ricca successione, perchè ha immensi tesori e un vasto territorio sotto il suo dominio”
[Rica a Ibben, Lettera XXIX]

Tuttavia, nelle parti dedicate alla religione, il testo non vuole essere una critica al Cristianesimo in quanto tale, ma alla ritualità spesso opprimente e invasiva che tutti i dogmi impongono ai propri fedeli, dimenticando gli elementi sincretici che accomunano i vari credi. In proposito, una bellissima lettera di Usbek riporta come:

“in qualunque religione si viva, il rispetto delle leggi, l’amore del prossimo, la pietà verso i genitori, sono sempre i primi atti di religione”
[Usbek a Redi, Lettera XLVI]

e termina con il racconto di un uomo, in crisi spirituale, che si rivolge a un Dio universale dicendo:

“Signore, io non capisco nulla nelle dispute incessanti che si fanno su di Voi. Vorrei servirvi secondo la vostra volontà, ma ogni uomo che consulto vuole che vi serva secondo la sua (…) non posso muovere la testa senza essere minacciato di offendervi, tuttavia vorrei piacervi e spendere a questo fine la vita che ho ricevuto da Voi”
[Usbek a Redi, Lettera XLVI]

Un’opera relativistica in senso stretto, dove le chiese sono chiamate moschee e i sacerdoti diventano dervisci, dove vengono alla luce (ed esasperate) le frivolezze dell’occidente, in forte contrasto con la ristretta mentalità dell’oriente persiano:

“Come siete fortunata, Rossane, di essere nel dolce paese di Persia e non in questo clima avvelenato dove il pudore e la virtù sono ignote”
[Usbek a Rossane, Lettera XXVI]

Le analisi razionali di Usbek e le simpatiche interpretazioni di Rica, entrambe menti molto aperte rispetto al mondo da cui provengono, descrivono al lettore la Francia da un altro angolo visivo, dimostrando quanto sciocca possa essere una società che si considera moderna ed emancipata.

La cosa sconcertante, però, è l’attualità dei commenti e delle parole dei due viaggiatori che, toccando ogni aspetto del vivere umano, rendono un quadro tutt’ora valido della natura umana, talvolta con accenni irriverenti:

“Un numero infinito di maestri di lingue, d’arti e di scienze, insegnano ciò che non sanno: talento notevole, perchè ci vuol poco a insegnare quel che si sa, ma ce ne vuole senza fine per insegnare ciò che si ignora”
[Rica a Redi, Lettera LVIII]

o ancora

“Donne avvedute fanno della verginità un fiore che fiorisce e rinasce ogni giorno, e la centesima volta si coglie con più dolore della prima”
[Rica a Redi, Lettera LVIII]

senza tralasciare gli aspetti più seri delle diverse analisi, come quando, parlando dello sviluppo tecnologico nel settore bellico, i personaggi si lasciano andare a premonizioni, poi tristemente avveratesi:

“Io tremo sempre che un giorno non si scopra alla fine qualche segreto che mostri una via più breve per far perire gli uomini, distruggere i popoli e le nazioni intere”
[Redi a Usbek, Lettera CV]

Ma è nelle numerose riflessioni politiche che è possibile trovare la parte più interessante del pensiero montesquiviano. In un frullato di citazioni, massime e insegnamenti, è molto complicato sceglierne una che abbia maggior valore delle altre.

Tuttavia, non riportarne nemmeno una sarebbe un delitto.

Termino dunque con un’espressione che conserva un’attualità formidabile e che, a mio avviso, sebbene scritta tre secoli fa, a causa della natura umana potrà avere valenza anche nei tre secoli a venire.

“Il più gran male che fa un ministro senza probità non è di andar contro gli interessi del suo principe e rovinare il suo popolo; a mio avviso ce n’è un altro più dannoso: è il cattivo esempio dato (…) Qual delitto è più grande di quello che un ministro commette corrompendo i costumi di una nazione intera, degradando le anime più generose, offuscando la dignità delle cariche, oscurando la stessa virtù e confondendo la più alta nobiltà nel disprezzo universale?”
[Usbek a Redi, Lettera CXLVI]

L’edizione in mio possesso è un “Classici del Pensiero – BUR” pubblicato nel 2006, con introduzione e note di Jean Starobinski e traduzione di G. Alfieri Todaro Faranda.