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“Liberi di Scegliere”

Rovistando tra i miei libri, qualche tempo fa ho trovato un volume che acquistai nel mio primo anno di università, ma che non lessi mai (fatte salve la prefazione e qualche pagina del primo capitolo). All’epoca l’economia non mi piaceva.

Non che ora la adori, ma dal momento che sono appassionato di scienze sociali, non posso trascurare una materia che, in fondo, è alla base di qualsiasi società organizzata, anche di quelle più semplici.

L’autore del libro in questione è (anzi, era) Milton Friedman, che compilò il testo coadiuvato dalla moglie Rose.

Friedman, monetarista che vinse il Nobel nel 1976, diede sfogo in questo testo a tutte le sue istanze pro-liberali, parlando a tutto tondo della società a lui contemporanea (in prevalenza gli Stati Uniti del XX secolo).

Un testo non semplice. Diciamo non scorrevole. Non adatto per un primo approccio ai concetti dell’economia liberale e liberista, anche per il purismo con cui affronta l’argomento.
Un purismo così forte che, in certi punti, non mancano accuse di socialismo persino nei confronti degli Stati Uniti.

Assurdo, se si pensa che stava parlando di un Paese immerso in una Guerra Fredda contro l’Unione Sovietica, vero punto di riferimento del socialismo internazionale, non ancora imbarcatosi nell’avventura Afghana del 1979 e, sebbene all’inizio del suo declino, ancora colmo di un vigore che fece dire allo stesso Friedman (all’interno di una disamina sui sistemi socialisti) “[...] il crollo del comunismo e la sua sostituzione con un sistema di mercato sembra di gran lunga meno probabile [...]”.

Cosa che, in realtà, si avverò meno di quindici anni dopo la pubblicazione del libro.

Tuttavia, se si esce per un momento dal contesto in cui ci troviamo ora, provando a scrollarsi di dosso alcune “certezze” che ora ci appartengono più che altro per consuetudine o per abitudine, bisogna ammettere che, in effetti, per quanto “dure” e “crude”, le accuse e le teorie di Friedman non sono così lontane del vero e dal verificabile.

D’altronde l’autore mette sul piatto dei fatti concreti e non si limita a dire “se si fosse fatto” o “se si fosse detto”.

Prendendo spunto da grandi pensatori del passato come John Stuart Mill e Adam Smith, analizza la società contemporanea portando argomenti più che validi a sostegno del libero scambio internazionale, come quando dice che:

“I guadagni che qualche produttore riceve da dazi o altre restrizioni sono più che compensati dalle perdite degli altri produttori e soprattutto dai consimatori in genere”
E, in difesa dell’abolizione di dazi e contingentamenti, riporta l’esempio dell’economia familiare, spiegando che:

“nel fare la spesa per la propria famiglia, la soluzione preferita è senza dubbio quella di pagare meno per una quantità maggiore di beni”, cosa che si verifica se e solo se le frontiere sono aperte al libero scambio e scevre da balzelli e altri ostacoli alle merci in ingresso.

Ma non solo del libero scambio si parla nel libro.

Friedman scandaglia diversi aspetti dell’organizzazione sociale.

Studia il sistema scolastico sotto un’ottica nuova; rivede il concetto di uguaglianza in un’altra luce; critica costruttivamente l’assistenzialismo, portando alla luce i danni che provoca alla società; prende le difese del consumatore e del lavoratore contro chi, come le associazioni di categoria e i sindacati, fa i propri interessi passandoli per interessi della collettività.

Oltre a ciò, non manca di trattare argomenti più tecnici, come quando spiega che la crisi del ’29 è stata in realtà causata dalle limitazioni imposte al liberismo anzichè dal liberismo stesso (sebbene scritto trent’anni fa, il testo è incredibilmente applicabile anche alla crisi entro cui ci troviamo ora), e dimostra come l’inflazione sia un problema essenzialmente monetario e indipendente da cause esterne quali il prezzo del petrolio, le crisi politiche internazionali o – ironicamente, per prendersi gioco di alcuni governi – il maltempo.

In altre parole, un ottimo frullato di concetti liberali.

Un testo che consiglio volentieri a chi ha qualche dubbio sul liberismo, a chi ha il coraggio di mettere in discussione alcune certezze, a chi ha intenzione di approfondire un’aspetto dell’economia che i governi e le burocrazie (in quanto tali) tendono a trascurare se non proprio a nascondere.

Un testo che spiega, con numerosi esempi, il vero significato della parola “Liberismo”, purtroppo molto spesso frainteso, mistificato, danneggiato e ridotto a mero strumento di potere dei ceti più abbienti.

Per chi fosse interessato, il titolo originale del testo è “Free to choose” e l’edizione italiana su cui mi sono appoggiato è quella della Teadue (1994).

Concludo riportando ciò che il curatore, Sergio Ricossa, ha scritto nella prefazione al libro, a proposito del liberismo e all’interno di un paragone tra lo stesso Milton Friedman e il nostro Luigi Einaudi (personalità politica verso cui provo una stima senza pari):

“Contro il pregiudizio che il liberismo sia una dottrina simpatica ai ricchi e pericolosa per i meno abbienti, entrambi hanno perorato in favore di un’economia giusta e virtuosa, la stessa che non piace ai monopolisti e alle sanguisughe sociali di ogni genere [...] entrambi non hanno mai pensato a una società ridotta a un meccanismo passivo, senz’anima, nel quale possano metter le mani i prepotenti per cercare di farne quello che vogliono”

Buona Lettura