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Corazzata in C5

Qual è la zona a rischio di conflitto più elevato sul pianeta?

La Palestina? Lo Stretto di Taiwan? l’Afghanistan? Qualche area ingovernabile del continente africano?

No.

E’ il Golfo di Aden.

Dov’è?

Nel Mare Arabo, a sud dello Yemen e a est della Somalia, il Corno d’Africa.

Cosa succede da quelle parti?

Ogni tanto, sentiamo parlare del Golfo di Aden a causa di qualche attacco pirata (in generale mezzi pilotati da somali) a navi di passaggio. Prevalentemente portacontainer e petroliere, ma non sono mancati rischi di assalti a navi da crociera.
L’instabilità dello stato somalo, rende la zona “fuorilegge” e pericolosa.
Mogadiscio è inesistente e tutto intorno è anarchia.

Ma è possibile che qualche nave corsara possa mettere a rischio un intero pianeta?

No. O meglio, non loro da sole.

Non sono infatti i pirati a mettere in pericolo il mondo. Loro si “limitano” a fare danni nella zona.

Una zona che è crocevia fondamentale per il commercio di tutto il globo.

Di lì infatti passano navi cariche di petrolio, di metalli preziosi, di materie prime, di prodotti finiti o semilavorati, di cibo, di risorse. Di cose che poi si trasformano in soldi e ricchezza.

E’ un’area di traffico commerciale sin dalla nascita dei trasporti marittimi, il punto di snodo di tre continenti: Europa (i soldi), l’Asia (il lavoro) e l’Africa (le materie prime).

Siamo tutti appesi lì. Anzi, a mollo, trattandosi di mare.

Qual è la causa del trambusto, allora?

I metodi utilizzati per contrastare il rischio pirateria: le navi da guerra.

Tutti, tutti, tutti, anzichè cercare una soluzione politica multilaterale e condivisa per proteggere i propri commerci, cercando di rimettere le cose a posto in Somalia, inviano navi da guerra.
Scelta unilaterale.

Effettivamente, il metodo usato risulta molto più rapido, molto più semplice.

Ruanda, Darfur, Palestina, per dirne alcune, dimostrano quanto sia complicato cercare una soluzione “a tavolino” che metta le cose a posto, una volta per tutte (e per tutti).

Figuriamoci in una zona dove passano giornalmente tonnellate di merci e materie prime.

Ed ecco che in quella zona c’è la più alta concentrazione di navi da guerra dell’intero pianeta.

Russi, Americani, Cinesi, Indiani, Europei, Iraniani. Tutti lì.
In questi giorni sono partite armate dalla Corea del Sud, e in Giappone stanno per varare una legge in modo da poter fare altrettanto.
Quel mare è un frullato di natanti militari, in pratica.

Proteggere i commerci è la spiegazione.

Però c’è un piccolo problema. Cosa succederebbe se, per sbaglio, una nave americana si avvicinasse troppo a una iraniana? E se lo facessero i cinesi con gli indiani?

Ipotesi da risiko naturalmente. Non vengono certo sparati siluri a casaccio, da quelle parti. E meno male che non è così.

Nessuno attacca con tre dadi, per restare nella metafora ludica.

Però, è vero che per ogni volta che si fa un pieno di benzina, che si acquista un chilo di kiwi o si regala un giocattolo al nipotino, bè, c’è una nave da guerra con i radar accesi pronta ad assicurare ai propri connazionali di mantenere lo stile di vita.

Naturalmente, ormai non si può più parlare di guerra.

E’ out, è fuori moda.

Il barone Von Clausewitz è morto nel 1831, portandosi con sè la “prosecuzione della politica con altri mezzi”.
E dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, i Ministeri della Guerra hanno lasciato il posto ai Ministeri della Difesa.

La guerra diventa peacekeeping o lotta al terrorismo internazionale.

I nomi e le definizioni fanno tutto.

Tutti contro pirati in mare e terroristi in terra.

Nessuno parla più di guerra in senso stretto, oggi.

Intanto, per difendersi da quattro navi pirata autogestite, scendono in campo (pardon, in acqua) incrociatori e corazzate.

E’ vero, è necessario proteggere i commerci e difendersi dall’anarchia.
I sono per il libero commercio, per gli scambi economici (oltre che politici e culturali).

Ma è anche vero che quelle armate sono tutte nello stesso punto. E per interessi nazionali, non di ordine internazionale.

Il che lascia pensare.