Mister Nick Clegg, vice Primo Ministro del Regno Unito e leader dei Lib-Dems, ha recentemente rilasciato un discorso incentrato sulla social mobility, ossia il grado di difficoltà (o di facilità) con cui un individuo può passare da uno status sociale ad un altro, all’interno di una determinata società.
Due cose in particolare mi hanno colpito dell’intervento di Clegg: aver indicato l’aumento del livello di mobilità sociale quale obiettivo di lungo termine del proprio governo e aver individuato nelle generazioni che nasceranno dopo il 2015 i beneficiari delle riforme da mettere in cantiere.
Al di là del discorso citato, dare vita ad un sistema che permetta ad un individuo di realizzare se stesso per mezzo delle sue capacità e attraverso il proprio lavoro dovrebbe essere una priorità di tutti i governi.
Questo perché se una persona di talento riesce a realizzare se stessa, a trarne vantaggio non sarà solo il singolo ma la società nella sua interezza, dal momento che quest’ultima potrà ricevere dall’individuo un apporto maggiore in termini di qualità.
Naturalmente, dal momento che viviamo (almeno in Occidente) in Stati di diritto dove le conquiste sociali hanno avuto modo di affermarsi più o meno ovunque – quantomeno sotto il profilo giuridico – in pochi contesteranno l’importanza e la sacralità della mobilità sociale.
Tuttavia, è possibile constatare, anche solo empiricamente, quanto questa mobilità sia al contrario sempre più cristallizzata: i figli sono destinati a vivere nello stesso status sociale dei genitori e, spesso, svolgendo lo stesso tipo di lavoro.
Come mai? E come si può rendere più effettiva tale mobilità?
A mio avviso, in alcuni casi è una semplice questione di leggi e norme. In Italia, ad esempio, si potrebbe intervenire liberalizzando o riformando gli ordini professionali, limitandone le barriere all’ingresso. Oppure creare legami più saldi tra scuola/università e mondo del lavoro.
In altri casi è un fattore socio-culturale più ampio. Facilitare un rapporto genitori-figli dove i primi partecipano in modo più attivo alla vita dei secondi, soprattutto nei loro primi dieci anni di formazione (magari diminuendo l’uso di strumenti tecnologici quali televisioni e videogames), aiuta i bambini a sviluppare maggiormente le proprie facoltà intellettive.
Lo Stato, in altre parole, per migliorare la qualità della vita dei suoi cittadini, non dovrebbe intervenire distribuendo ricchezza attraverso gli incentivi economici o l’ampliamento della spesa pubblica, bensì dovrebbe limitarsi a mettere l’individuo nelle condizioni di crearsela da sé, responsabilizzandolo ma al contempo diminuendone i vincoli, siano essi burocratici, fiscali o quant’altro.
Certo, questo è un lavoro che richiede tempo e soprattutto sacrifici alle generazioni presenti, a tutto vantaggio delle sole generazioni future: i bambini di oggi e, ancora di più, quelli di domani.
L’obiettivo di un governo, soprattutto quando il Paese è in difficoltà e il suo futuro è incerto, dovrebbe essere quello di lavorare qui e ora per una società migliore domani.
Tirare a campare e mettere toppe con decisioni di breve periodo per coprire gli strappi causati da politiche troppo espansive effettuate in passato, può essere una soluzione momentanea che non cura il male ma si limita a rimandarlo se non addirittura a peggiorarlo.
Tagli alla spesa indiscriminati e non accompagnati da progettualità di lungo periodo, possono essere altrettanto dannosi quanto gli sprechi.
Per evitare tutto questo c’è però bisogno di un governo e di una società coraggiosi e lungimiranti, che non sempre è facile reperire.
Creare oggi le basi per una maggiore mobilità sociale domani, è il miglior regalo che possiamo fare ai nostri figli e ai nostri nipoti.
“[questo] ottimismo liberale – dice Clegg – si fonda sulla convinzione che i bambini posseggano un inimmaginabile e imprevedibile potenziale”