E’ tutto merito mio

Meritocrazia, parola complicata.
Meritocrazia, parola spaventosa.
Meritocrazia, parola erudita.
Meritocrazia, parola ricercata.

Meritocrazia, parola soprattutto inflazionata.

Se ne sente parlare da anni, generalmente accostata a due espressioni emblematiche quali “è necessaria” e “non esiste”.

Dal primo all’ultimo cittadino della Repubblica Italiana (in ordine alfabetico, per non far torti a nessuno), si sente ripetere che la meritocrazia è necessaria, ma non esiste. E che non viene fatto nulla per farla esistere.

Ha senso, tutto ciò? Secondo me c’è qualcosa sotto. Ci deve essere una spiegazione plausibile.
Altrimenti, sarebbe come parlare dell’importanza dell’ossigeno, restando in apnea.

Ed infatti, a me sorge un dubbio. Un dubbio profondo. Radicale. Una domanda secca, che mi sono fatto per la prima volta in seconda liceo, quando la professoressa di scienze mi diede 5 per un’interrogazione che, a me, era parsa almeno da 6.

Domanda naturalmente giunta solo dopo aver detto peste e corna dell’accaduto, dentro me.

Il dubbio non ruotava intorno alla convinzione perentoria “mi ha valutato male”; piuttosto, intorno alla domanda “che metro di valutazione ha utilizzato?” – sia chiaro, in termini più terra terra, tipo “ma che c…o ha in testa?”.

Ebbene, oggi questo forte dubbio è tornato; più articolato, forse. Ma sempre fedele al suo intento.

Quando parliamo di meritocrazia, di meriti, che metro di valutazione utilizziamo? O meglio, che c…o abbiamo in testa?

Sì, perché se si parla di ossigeno restando in apnea, significa primariamente che non si ha la benché minima idea di che cosa sia l’ossigeno e di come si debba agire per procurarselo.

Ora, quindi, prima di chiedersi se c’è meritocrazia, sarebbe più opportuno chiedersi cos’è la meritocrazia.

Risposta etimologica: Governo del Merito. Dall’accostamento delle parole Meritum (dal latino “cosa meritata, ricompensa”) e Kratos (dal greco “forza, governo”). Rimando a voi ulteriori ricerche sul termine e sul suo inventore, il sociologo britannico Michael Young.

Risposta meno tecnica, ma più esplicita: fate spazio a chi è più bravo.

Tutto chiaro? Certo, è chiaro perché è ciò che tutti pensiamo.

Allora perché non si riesce a metterla in pratica, questa cosa tanto semplice? Perché evidentemente è complicato sapere chi è più bravo, e soprattutto più bravo a fare cosa… E, come se non bastasse, ci si mette pure l’estrema difficoltà a trovare una persona abbastanza abile e neutrale da sapere sia il chi sia il che cosa e, in ultima analisi, fidarsi del suo giudizio ed accettarlo

Quindi, fatte salve le competizioni sportive dove il giudizio di un arbitro è ridotto al minimo e dove (doping escluso) la superiorità di un atleta si manifesta in modo limpido - come ad esempio nei 100 metri piani – si può dire che la meritocrazia pura è impossibile, in qualsiasi attività umana.

Laddove c’è un giudizio, non può esservi meritocrazia pura.

In primo luogo perché il giudicante, essendo umano, può commettere un errore di giudizio. In secondo luogo perchè, siccome può commettere un errore di giudizio, è passibile di critica.

In terzo luogo (e questo è il più importante) perché chi critica, generalmente, si autoconvince di avere capacità di giudizio superiori a quelle del giudicante. Soprattutto quando il giudizio riguarda lui stesso, o qualcosa a lui legato.

Perché, diciamocelo francamente, i primi a non essere meritocratici sono proprio coloro sui quali la meritocrazia dovrebbe agire.

Infatti, a meno che non si tratti di fare una gara di nuoto contro Thorpe o un brain-training con Dulbecco, è raro sentir dire “ho fallito perché l’altro è stato migliore”.

C’è sempre un arbitro cornuto. C’è sempre un professore bastardo. C’è sempre un capo incompetente. C’è sempre un collega leccaculo. C’è sempre un giudice fazioso.

C’è sempre una giustificazione. Tranne quando le cose vanno bene. A quel punto la meritocrazia ha funzionato.

Però, però, però…

Quanto detto non spiega il fatto che, nell’aria, circola effettivamente una maleodorante assenza di meritocrazia

Insomma, ammetto che, lette queste mie parole, molti talenti (frullati verso i bassi strati della società italiana in favore dell’ascesa di molti caproni incompetenti) potrebbero a ragione mandarmi a quel paese.

E’ un dato di fatto che da noi la meritocrazia è carente. Non si spiegherebbe la fuga di cervelli, ad esempio.

Allora cosa c’è che non quadra? In fondo siamo tutti d’accordo sul fatto che la meritocrazia non esiste ma, quando qualcosa volge a nostro vantaggio, pensiamo che ce la siamo meritata

Si faccia avanti chi pensa di non meritare ciò che ha o la posizione che ricopre (per non parlare del fatto che molti pensano di meritare anche di più)…

Si torna dunque al punto di partenza. Cos’è la meritocrazia?

Ecco, forse, il punto chiave.

Credo che, per farla breve, non esistono società non meritocratiche. La meritocrazia esiste, ovunque, anche in Italia.

Il merito consiste nell’avere i mezzi e le capacità di salire i gradini della gerarchia entro cui viviamo, secondo le regole della società in cui viviamo. Perché, è bene ricordarlo, per quanto giuste e universalmente accettabili le utopie di Moro e Campanella, qualsiasi raggruppamento umano (dalla classe scolastica alla squadra di calcio, dalla tribù amazzone allo Stato inteso come corpo di cittadini) è organizzato secondo piani gerarchici.

La gerarchia è insita nella natura dell’uomo e risponde a determinate regole e convenzioni non scritte. Per fare strada, bisogna rispettare quelle regole.

Si può non condividere il tipo di merito e le suddette regole, ma è difficile non ammettere che se qualcuno “ce la fa” ha avuto il merito di farcela secondo le regole della società, del gruppo, della banda, della squadra entro cui vive.

In poche parole, noi diciamo che l’ossigeno è importante restando in apnea. Ma forse il nostro errore non è stare in apnea, ma ostinarci a considerare che ad essere importante sia l’ossigeno.

Forse abbiamo bisogno di carbonio.

Cinico ma, purtroppo, verosimile.

Pubblicato in: on 16/10/2009 at 13:05 Lascia un Commento

E io scrivo…

E’ domenica. E’ estate. E’ il 2 agosto. Fa caldo.

E’ tempo di spensieratezza, di svago, di divertimento. Voglia di non pensare. Di non far niente. Di rilassarsi. Di lasciare alle spalle i problemi.

Le scuole sono finite, gli esami universitari pure. Molti lavoratori prendono ferie, vanno in vacanza. Certo, molti altri in questi giorni stanno ancora lavorando, ma sicuramente sono pochi a fare una tirata unica da giugno a settembre in uffici, fabbriche, negozi o studi.

Distesi al sole, in giro in barca o a passeggio sui monti, ci si chiude nel meritato riposo lasciando fuori dalla testa i pensieri che in genere ci attanagliano dall’autunno alla primavera. E, sinceramente, anche volendosi impegnare, sono i pensieri stessi a virare altrove. Forse anche loro vanno in vacanza. Spontaneamente.

Ora non è tempo di pensare a cose impegnative. Dopo un anno solare, chi ce la fa più? Ora è tempo di pensare alle amichevoli di calcio estivo e alle destinazioni vacanziere. Si accende la tv per controllare il meteo, quante automobili stanno in autostrada e quali vip si faranno fotografare con le chiappe al vento, sdraiati su yacht ormeggiati al largo di coste paradisiache. Al massimo, ci si dedica al pensiero dei cagnolini abbandonati in autostrada. Odiosa pratica che si verifica troppo spesso.

No, non è una constatazione polemica, questa. E’ la verità, è un processo mentale naturale. A stare costantemente concentrati sul mondo ci si fa del male. E’ naturale, spontaneo, giusto staccare la spina ogni tanto. Anche perchè il caldo stesso non aiuta a pensare.

Gli stessi giornali e telegiornali vanno in vacanza. Ogni anno, ogni estate. Si parla di esodo, di calura estiva, di frullati freschi, di gossip, di vacanza, di calcio (e, quest’anno, anche nuoto), di code in autostrada e di ragazzi ubriachi, di movida e di superenalotto.

I media, in altre parole, contribuiscono, più o meno inconsciamente, ad alleggerire un carico che ci ha oppresso durante i nostri invernali giorni di lavoro e di routine.
Come se spaparanzarsi al sole di giorno e ballare sui ritmi latini nelle discoteche la sera, ogni anno, ogni estate, non fosse routine.

In pratica, sembra che tutto il mondo, in questo periodo, si rilassi. Rida. Si diverta.

Tuttavia, a costo di scoprire l’acqua calda, io dico che non è così. Mentre stacchiamo la spina, il mondo continua a girare. Gli avvenimenti, belli o brutti che siano, non vanno in vacanza.

Inesorabilmente, accadono. Proseguono.

E i loro effetti, belli o brutti che siano, ce li ritroveremo di fronte al nostro ritorno alla normalità.

Viene votata una legge anticrisi al Parlamento Italiano? La ritroveremo, con tutte le sue conseguenze, a partire da settembre.
Barack Obama incontra Hu Jintao? Ne capiremo presto il significato. Prestissimo.
In Iran rivolte e repressioni continuano? Capiremo anche quello, non è poi così distante la Persia.
Le economie asiatiche danno cenni di rilancio mentre noi annaspiamo? Oh, se lo capiremo presto, questo…
Venezuela e Colombia sono ai ferri corti? Bè, il Sudamerica non se lo fila nessuno neanche in inverno, purtroppo…

E così via…

Sì, lo so. Non dico niente di nuovo. La gente non è scema. Anzi, tutt’altro. E’ molto intelligente. Lo sa che queste cose accadono. Lo sappiamo tutti che queste cose accadono. E, a scanso di equivoci, ripeto che non c’è vena polemica in quello che dico.

E’ semplicemente che, dopo aver lavorato tutto l’anno, tutti i giorni e tutto il giorno, nell’unico periodo in cui ci si può riposare, bè, ci si riposa. Non si può fare altrimenti.

Io, comunque, scrivo. Perchè d’altronde è giusto anche ricordare che d’estate il mondo non va al mare a farsi il bagno.

Io scrivo. Faccio la mia parte.

Poi, se qualcuno vuole leggere o scrivere a sua volta, avrà fatto la sua, di parte…

Pubblicato in: on 02/08/2009 at 16:42 Lascia un Commento

La morte del sapere

Lo scorso giovedì 18 giugno, all’età di 80 anni, è morto il sociologo e filosofo tedesco Ralf Dahrendorf. Probabilmente, uno dei più grandi pensatori del Novecento.

Non è però per parlare di lui, che scrivo. Su internet vi sono numerosi siti su cui è possibile trovare informazioni sul suo conto. Sicuramente molto più dettagliate e approfondite di quelle che potrei dare io.

La dipartita di Sir Dahrendorf è piuttosto l’occasione per toccare una tematica a cui io, profondamente, tengo. Ossia, quella della conoscenza. Del sapere.

Sapere inteso non come spocchiosa raccolta di nozioni frullati in testa tutti insieme, utili a vincere a Trivial Pursuit o qualche famoso quiz televisivo.

Sapere inteso non come irritante presa di distanza tra un’aristocrazia colta e una plebe ignorante. No, sarebbe troppo odioso.

Io intendo il sapere come la ricerca personale che ognuno, ma proprio ognuno, può intraprendere senza sforzi in termini di tempo, di costi o di chissà che altro.

Io intendo il sapere come la strada personalizzata che chiunque può crearsi, prendendo se stesso come punto di partenza e addentrandosi poi nei meandri del pensiero umano facendosi accompagnare da qualsivoglia grande pensatore ognuno decida di prendere a esempio.

Scegliersi una strada, percorrerla, crescere in essa.

Ragionare, prendere appunti, confrontare, mettere in dubbio, mettersi in dubbio, farsi domande, darsi risposte, distruggere tutto e ricostruire su nuove basi.

Questo è il sapere a cui ognuno può e deve tendere.

Quando vedo che un telefonino costa 600€ e un classico della filosofia o della letteratura ne costa 12, mi chiedo cos’è che impedisca l’acquisto di un libro?

Un tempo, è vero, la cultura era un privilegio delle classi agiate. Chi poteva, studiava. Chi non poteva, zappava e lavorava.

Ma ora è tutto diverso. Ora l’economia non è più l’ostacolo principale. E neanche il tempo lo è, perchè per quanto sia impegnata una persona, dubito che non abbia tempo per leggere un libro.

L’ostacolo, l’unico vero ostacolo, sono i nostri pregiudizi. Il nostro blocco mentale di fronte alla cultura, vista prevalentemente come inarrivabile vetta di sapere adatta solo a topi di biblioteca, professoroni incartapecoriti, secchioni, nerds, e chi più ne ha più ne metta.

E invece no. Invece è tutto l’opposto. E’ vero, non sempre è semplice o di immediata comprensione, ma il sapere, soprattutto quello filosofico, è la cosa più democratica e più accessibile del mondo.

Forse non porta vantaggi immediati, come ricchezza o cariche professionali. Ma porta un vantaggio profondo che nessuno potrà mai rubare o annientare: la conoscenza. La consapevolezza. La libertà.

Sì, perchè la possibilità di esaminare e conoscere le conquiste del sapere umano, quelle che hanno condotto noi tutti sino a qui, che ci hanno dato i diritti e le libertà di cui godiamo, tutte queste possibilità ci permetteranno anche di fermare in tempo chiunque tenti di portarcele via.

Non esiste un pensatore migliore di un altro. Non posso dirvi se Mill sia meglio di Locke, se Marx sia meglio di Tocqueville, se Confucio sia meglio di Allende. Non posso dirlo. Ognuno può valutarlo da sè, leggendoli. E costruendosi la propria strada, seguendoli.

Ralf Dahrendorf è morto, seppure resti vivo nei suoi scritti e nei suoi pensieri. E come lui, altri. Da Socrate ai giorni nostri.

Ma se i libri restano a impolverarsi sugli scaffali delle biblioteche o sotto gli occhi di qualche studente costretto da un voto ad imprimere nella testa massime e frasi fatte, bè, allora i loro autori moriranno veramente.

E le nostre libertà, le nostre conquiste, noi stessi moriremo con loro

Pubblicato in: on 21/06/2009 at 15:42 Lascia un Commento

“Lettere Persiane”

Per offrire un quadro esauriente e completo di quest’opera di Charles Louis de Secondat, barone di Montesquieu, basterebbe fare un copia/incolla dell’introduzione al libro scritta dal critico letterario Jean Starobinski.

Tuttavia, se lo facessi, perderei il gusto di descrivere il mio punto di vista su uno dei testi più profondi e al tempo stesso più leggeri che abbia mai letto.

Un ossimoro, è vero. Questo, però, è il mio commento immediato alle “Lettere Persiane”, una collezione di 161 epistole scritte dal nobile accademico Montesquieu per mettere alla berlina, contemporaneamente, la sua Francia e la Persia, la società in cui vive e un mondo a lui lontano.

Con un artifizio utilizzato per evitare, da un lato, la censura (per le velate accuse rivolte al sistema francese) e, dall’altro, la critica dei suoi pari (per aver scritto un’opera di basso rango culturale), Montesquieu fa credere al lettore di trovarsi di fronte ad una raccolta di lettere scritte da un tale Usbek, un nobile persiano in “vacanza” in Francia, e da alcune altre persone della sua cerchia, tra cui il suo giovane compagno di viaggio Rica, le sue varie mogli rimaste nell’Harem persiano, gli eunuchi della sua reggia e qualche altro amico sparso qua e là per l’Europa.

Così facendo, Montesquieu riesce a smontare ogni meccanismo della società settecentesca utilizzando lo stupore che colma gli occhi e le menti dei due viaggiatori persiani.

Porta la società occidentale su un altro piano, ribaltando il punto di vista a cui i suoi connazionali sono assuefatti, anche stravolgendo il dualismo esistente tra sacro e profano che caratterizzava (e caratterizza) la contesa tra cristiani e musulmani.

“Il Papa si dice successore di uno dei primi cristiani, chiamato san Pietro, e la sua è certo una ricca successione, perchè ha immensi tesori e un vasto territorio sotto il suo dominio”
[Rica a Ibben, Lettera XXIX]

Tuttavia, nelle parti dedicate alla religione, il testo non vuole essere una critica al Cristianesimo in quanto tale, ma alla ritualità spesso opprimente e invasiva che tutti i dogmi impongono ai propri fedeli, dimenticando gli elementi sincretici che accomunano i vari credi. In proposito, una bellissima lettera di Usbek riporta come:

“in qualunque religione si viva, il rispetto delle leggi, l’amore del prossimo, la pietà verso i genitori, sono sempre i primi atti di religione”
[Usbek a Redi, Lettera XLVI]

e termina con il racconto di un uomo, in crisi spirituale, che si rivolge a un Dio universale dicendo:

“Signore, io non capisco nulla nelle dispute incessanti che si fanno su di Voi. Vorrei servirvi secondo la vostra volontà, ma ogni uomo che consulto vuole che vi serva secondo la sua (…) non posso muovere la testa senza essere minacciato di offendervi, tuttavia vorrei piacervi e spendere a questo fine la vita che ho ricevuto da Voi”
[Usbek a Redi, Lettera XLVI]

Un’opera relativistica in senso stretto, dove le chiese sono chiamate moschee e i sacerdoti diventano dervisci, dove vengono alla luce (ed esasperate) le frivolezze dell’occidente, in forte contrasto con la ristretta mentalità dell’oriente persiano:

“Come siete fortunata, Rossane, di essere nel dolce paese di Persia e non in questo clima avvelenato dove il pudore e la virtù sono ignote”
[Usbek a Rossane, Lettera XXVI]

Le analisi razionali di Usbek e le simpatiche interpretazioni di Rica, entrambe menti molto aperte rispetto al mondo da cui provengono, descrivono al lettore la Francia da un altro angolo visivo, dimostrando quanto sciocca possa essere una società che si considera moderna ed emancipata.

La cosa sconcertante, però, è l’attualità dei commenti e delle parole dei due viaggiatori che, toccando ogni aspetto del vivere umano, rendono un quadro tutt’ora valido della natura umana, talvolta con accenni irriverenti:

“Un numero infinito di maestri di lingue, d’arti e di scienze, insegnano ciò che non sanno: talento notevole, perchè ci vuol poco a insegnare quel che si sa, ma ce ne vuole senza fine per insegnare ciò che si ignora”
[Rica a Redi, Lettera LVIII]

o ancora

“Donne avvedute fanno della verginità un fiore che fiorisce e rinasce ogni giorno, e la centesima volta si coglie con più dolore della prima”
[Rica a Redi, Lettera LVIII]

senza tralasciare gli aspetti più seri delle diverse analisi, come quando, parlando dello sviluppo tecnologico nel settore bellico, i personaggi si lasciano andare a premonizioni, poi tristemente avveratesi:

“Io tremo sempre che un giorno non si scopra alla fine qualche segreto che mostri una via più breve per far perire gli uomini, distruggere i popoli e le nazioni intere”
[Redi a Usbek, Lettera CV]

Ma è nelle numerose riflessioni politiche che è possibile trovare la parte più interessante del pensiero montesquiviano. In un frullato di citazioni, massime e insegnamenti, è molto complicato sceglierne una che abbia maggior valore delle altre.

Tuttavia, non riportarne nemmeno una sarebbe un delitto.

Termino dunque con un’espressione che conserva un’attualità formidabile e che, a mio avviso, sebbene scritta tre secoli fa, a causa della natura umana potrà avere valenza anche nei tre secoli a venire.

“Il più gran male che fa un ministro senza probità non è di andar contro gli interessi del suo principe e rovinare il suo popolo; a mio avviso ce n’è un altro più dannoso: è il cattivo esempio dato (…) Qual delitto è più grande di quello che un ministro commette corrompendo i costumi di una nazione intera, degradando le anime più generose, offuscando la dignità delle cariche, oscurando la stessa virtù e confondendo la più alta nobiltà nel disprezzo universale?”
[Usbek a Redi, Lettera CXLVI]

L’edizione in mio possesso è un “Classici del Pensiero – BUR” pubblicato nel 2006, con introduzione e note di Jean Starobinski e traduzione di G. Alfieri Todaro Faranda.

Pubblicato in: on 20/06/2009 at 23:30 Lascia un Commento

“Il Ghost Writer”

In genere io non leggo romanzi thriller. Ne avrò letti un paio in tutta la mia vita, credo. E’ un genere letterario che trova poco spazio tra i miei gusti.

Anzi, altro che un paio, se non erro penso di non averne mai letto uno. Ma la memoria spesso è fragile, quindi potrei averne obliato il ricordo.

Tuttavia, passando di recente davanti a una libreria in Roma, ho visto in vetrina questo libro. “Il Ghost Writer”, lo Scrittore Fantasma. Di cui conoscevo poco e niente, se non il significato del titolo.

Il Ghostwriting è un mondo che mi ha sempre affascinato. Quello degli scrittori fantasma, persone che scrivono discorsi, biografie di personaggi famosi, romanzi, novelle e chi più ne ha più ne metta, il tutto però celando il proprio nome.

Non dietro ad uno pseudonimo, come molti artisti fanno, bensì dietro al nome di un’altra persona realmente esistente, ovviamente consapevole del fatto. Scrivono per altri, scrivono per coloro che poi, di fronte al grande pubblico, passano per essere gli autori dell’opera in questione.

Credete davvero che i calciatori scrivano testi di proprio pugno? John Fitzgerald Kennedy aveva dei ghostwriters, dubito che non li abbiano le stelle che illuminano i nostri stadi e i nostri palcoscenici.

Il lavoro del ghostwriter è dunque quello di lavorare dietro le quinte e, come recita un aforisma interno al romanzo:

Un ghostwriter non può aspirare alla gloria

E così, in quanto amante della scrittura ancora più che della lettura, ho deciso di comprare questo libro di Robert Harris, alla cieca, dopo aver brevemente letto la quarta di copertina (nonostante spesso i commenti di fondo libro lascino il tempo che trovano, poichè quattro righe pubblicitarie non potranno mai sostituire il contenuto di un romanzo o di un saggio).

Il protagonista della storia è un ghostwriter inglese di professione, che si è sempre dedicato a scrivere le autobiografie di celebri personaggi dello sport e dello spettacolo.

Un bravo scrittore, direi, perchè viene da subito contattato per scrivere le memorie di Adam Lang, ex primo ministro britannico (i cui tratti sono decisamente somiglianti al reale Tony Blair, a cui l’autore ammette d’essersi ispirato) alle prese con alcuni problemi di natura politica.

Intorno al ghostwriter si sviluppa una vicenda molto più grande di lui, che ruota intorno alla stesura di questa autobiografia e che vede coinvolti personaggi politici e non, in un mondo che rispecchia in parte quello in cui viviamo attualmente.

La storia è interessante sin da subito, giacchè inizia con la morte di un certo Mike McAra, fedele assistente di Lang a cui era stato inizialmente affidato il compito di scriverne le memorie.

Non vado avanti con la trama, dico solo che è un libro scritto bene, scorrevole, si legge in poco tempo e lascia un bel ricordo. Sebbene ambientato prevalentemente negli States, riporta fedelmente l’ambiente, i ritmi e il clima inglese, da cui provengono quasi tutti i personaggi principali del romanzo.

Harris, per la stesura del racconto, ha analizzando a fondo la figura del ghostwriter professionista, studiando il manuale Ghostwriting, scritto dall’esperto Andrew Crofts, e da cui trae diverse interessanti citazioni sul mestiere dello scrittore fantasma, le quali appaiono all’inizio di ogni capitolo.

Nell’immenso frullato di citazioni e frasi storiche che mi circolano in testa, riporto qui solo una frase di tutto il romanzo, quella in cui mi sono ritrovato al meglio, quella che mi ha coinvolto e mi ha fatto sentire vicino al protagonista:

Tra le tante attività umane quella dello scrivere fornisce, più delle altre, mille scuse per non incominciare: la scrivania è troppo grande, troppo piccola, c’è troppo rumore, c’è troppo silenzio, fa troppo caldo, fa troppo freddo, è troppo presto, è troppo tardi. Con il passare degli anni avevo imparato a ignorare tutte le scuse e a mettermi al lavoro senza tante storie

Il romanzo è stato scritto da Robert Harris nel 2007, l’edizione in mio possesso è un Oscar Mondadori – Bestsellers, pubblicata nell’aprile 2009.

Attualmente, il regista Roman Polanski è al lavoro su un film che, con molta probabilità, uscirà nel 2010, il cui titolo sarà lo stesso dell’opera originale inglese: The Ghost.

Pubblicato in: on 31/05/2009 at 11:46 Lascia un Commento

Parlamento lento

Ridurre il numero dei parlamentari, inutile dirlo, è un’eventualità che fa gola. Soprattutto alla luce dei costi che l’elevato numero dei nostri rappresentanti impone alla nostra società.

Ben venga quindi la proposta di diminuirli.

Per di più, paragonando la nostra assemblea con quelle delle più importanti democrazie occidentali, la cifra dei seggi italiani risulta superiore (in rapporto al numero di cittadini): a fronte di una popolazione di 60 milioni di abitanti, i nostri membri sono 952 (630 deputati, 315 senatori e 7 senatori a vita): circa uno ogni 63.000 cittadini.

In Francia sono uno ogni 72.000, in Spagna uno ogni 75.000, nel Regno Unito uno ogni 94.000*, in Germania uno ogni 137.000 e negli Stati Uniti addirittura uno ogni 568.000 cittadini.

Per carità, sono il primo a dire che con le cifre si spiega poco e nulla. Tuttavia coincidenza vuole che il Parlamento più sovrappopolato sia il nostro. Se poi aggiungiamo sul piatto anche le voci “efficienza” e “costi”, bè, non mi metto neanche a fare ricerche. Vado sulla fiducia: non siamo messi molto bene.

Una scrematina, dunque, ci vuole.

Ciò posto, bisogna agire con cautela. Mettere qualche paletto alle eventuali (e necessarie) riforme.

Per capirci, poniamo caso che le nostre istituzioni siano come siepi mal curate che, con il tempo, sono divenute informi e inguardabili masse verdi di foglie e sterpi. E’ dunque necessaria la potatura.

Tuttavia il giardiniere è tenuto a usare le cesoie con precisione certosina, tagliando rametto per rametto, e non tranciare via tutto con una sega elettrica arrugginita perché ha deciso che la siepe non gli va più.

Un Parlamento più snello velocizza le pratiche, accorcia i tempi, sveltisce i procedimenti e potrebbe anche costare meno (il condizionale è d’obbligo. Si è parlato di diminuzione di membri, non di costi). Ma il Parlamento è pur sempre l’istituzione che incarna la democrazia nel miglior modo finora sperimentato. Ridurne le capacità può essere pericoloso.

Contestualmente a questa manovra, quindi, sarebbe necessaria una modifica (direi radicale) dell’attuale legge elettorale**, la quale purtroppo non è per niente buona e porta alla creazione di un’assemblea che, a ragion veduta, è poco rappresentativa della società.

Un intreccio di norme e regole, infatti, rende la legge elettorale una gabbia entro cui l’elettore ha pochissimo spazio di manovra e di scelta.

Nello specifico, sono tre gli elementi che – concatenati insieme – influiscono negativamente sulla composizione parlamentare: (1) Liste bloccate, (2) candidature multiple e (3) soglia di sbarramento. Questi sono come tre ingredienti che, frullati insieme, danno un sapore aspro e poco gradevole.

Vediamo, a mio modesto parere, perché.

(1) Per quanto riguarda le liste bloccate (ossia un elenco di nomi da prendere “a pacchetto”, in blocco), l’impossibilità di scegliere a chi dare fiducia fa decisamente storcere il naso. In pratica si vota la lista e la si accetta nella sua interezza senza sapere chi, all’interno di quella lista, occuperà il seggio parlamentare in caso di vittoria. L’unica indicazione viene dall’ordine in cui sono elencati i candidati. Il settimo candidato passa se e solo se sono hanno già avuto un seggio anche i primi sei.

Si vota un simbolo, sperando che superi l’esame anche il candidato della lista che ci appare più idoneo a rappresentarci. Il quale potrebbe anche essere il penultimo o l’ultimo del gruppo, ossia (generalmente) un politico locale, con tanti contatti sul proprio territorio ma poche possibilità di sedersi a Roma, per le motivazioni gerarchiche sopra citate.

Io voto, in pratica, il partito. Cosa che, forse, poteva andare bene prima del crollo del Muro, quando le ideologie erano forti e una persona sentiva ardere dentro sé il fuoco democristiano, liberale, comunista, missino, repubblicano, eccetera.

Ora, dopo la caduta delle convinzioni postbelliche, i partiti appaiono più come squadre di calcio che non scuole di pensiero, e votare per il simbolo è come tifare Inter o Roma: cambiano solo i colori o i nomi dei giocatori (anzi, alcuni passano da una squadra all’altra). Si tifa per fede, non per tattica di gioco. Un interista resterà interista indipendentemente dal fatto che Mourinho schieri un 3-5-2 o un 4-3-3.

Si vota un simbolo, non un politico.

(2) Le candidature multiple peggiorano la situazione. In pratica con questa regola che accade? Che un candidato può essere presente in più di una circoscrizione. In altre parole, può essere eletto sia a Venezia, sia a Cagliari. Ma se il tale candidato vince sia a Venezia, sia a Cagliari, gioco forza dovrà rinunciare a uno dei due seggi, che andrà al successivo nella lista. E se le due liste avessero composizioni differenti?

Ipotizziamo che nel fantomatico Partito Tricolore (PT) si candidino a Venezia il Sig. Rossi e il Sig. Bianchi, mentre a Cagliari vi sia ancora il Sig. Rossi ma, questa volta, affiancato dal Sig. Verdi. Al termine delle elezioni, il PT risulta vincitore dei due seggi di Venezia e Cagliari. Entrambi vanno al Sig.Rossi che, naturalmente, dovrà rinunciare a uno dei due in favore di Bianchi o di Verdi. La scelta sarà sua. O delle gerarchie di partito. Non certo degli elettori della città del candidato escluso.
Magari un veneto vota il PT perché c’è Bianchi e, nonostante abbia vinto il PT, vedrà andare a Roma il sardo Verdi.

Strano, no?

(3) La clausola di sbarramento, che è al 4%, è forse la meno dannosa delle tre regole. Accantonando per un attimo l’infelice diatriba sul “voto utile” (da quando in qua, in una democrazia, il parere di un cittadino rischia di essere “inutile”?), si può convenire sul fatto che una proliferazione di partiti potrebbe portare a difficoltà di governo. Cosa comunque ancora da vedere, perché l’incapacità a governare bene un paese non è data dalla pluralità di idee, ma dalle scarse competenze dei suoi rappresentanti.

Ciò che rende malsano il punto (3) è la contemporanea esistenza dei punti (1) e (2).

In poche parole: io non posso scegliere la persona specifica di cui mi fido all’interno della lista (punto 1), devo incrociare le dita sperando che il partito che ho votato dia fiducia a questa persona (punto 2) e rischio addirittura che questo partito non possa scegliere tale persona perché non ha ricevuto abbastanza voti (punto 3).

Con questa legge elettorale, io non voto nessuno. Voto un simbolo. Voto una segreteria di partito che deciderà post facto la composizione della sua fetta di parlamento. Non sarà la scelta della maggioranza degli elettori.

Io tifo l’Inter, vado allo stadio e pago il biglietto, ma la formazione la fa Mourinho. Si votano squadre di calcio, non partiti politici.

Capite perchè questa legge elettorale è stata definita “Porcata” dallo stesso ministro che l’ha ideata?

Con questa legge elettorale, diminuire i seggi in parlamento significherebbe diminuire le possibilità dei candidati di essere nominati e, di conseguenza, aumentare il potere di nomina (ad elezione avvenuta) delle segreterie di partito.

Per proprietà transitiva, si creerebbe un rapporto di fiducia amicale più forte tra il candidato e la segreteria del partito anzichè tra il candidato e l’elettore che ha posto il segno sul partito.

Attenzione, sottolineo: non fiducia al programma del partito, ma alla sua segreteria, ai vertici dello stesso, alle persone che comandano quel partito. Sarà il fantomatico signor Rossi a scegliere chi portare con sè in Parlamento, tra il Sig. Bianchi e il Sig. Verdi. Dunque, il più “fedele” dei due.

E siccome il Governo, nel nostro ordinamento, scaturisce dal Parlamento, se quest’ultimo sarà composto da un gruppo di fedeli e non di eletti dal popolo, andrà a farsi friggere la montesquiviana ripartizione dei poteri che vede nel Parlamento (legislativo) la coscienza pubblica del Governo (esecutivo). I parlamentari saranno lì grazie al partito che li ha nominati, non al cittadino che li ha eletti. E’ chiaro dunque che è verso il primo che conserveranno più timore reverenziale.

Se poi, anzichè 630 saranno 100, le possibilità di trovare franchi tiratori e menti indipendenti saranno nettamente ridotte in nome di una governabilità che altro non è che unilateralità di potere senza necessariamente una coscienza pubblica che controlla.

Pienamente d’accordo con la riduzione dei parlamentari. Ma devo essere io, insieme agli altri cittadini, a decidere se mandare il signor Bianchi o il signor Verdi. Non il signor Rossi.

Si rimettano le preferenze, come avviene in ogni altra democrazia occidentale.

Si impedisca al candidato di apparire contemporaneamente nelle liste della Lombardia e della Puglia.

Dopo, riduciamo pure le foglie della siepe.

* Per il Regno Unito si tiene conto della sola Camera dei Comuni, vera e propria depositaria del potere parlamentare inglese

** La Legge Elettorale di cui si discute qui si applica alle Elezioni politiche nazionali. Non alle attuali Europee o alle amministrative che, grazie al cielo, ancora ammettono la preferenza.

Pubblicato in: on 30/05/2009 at 18:36 Lascia un Commento

De Velinae Intelligentia

Venerdì sera ho visto uno stralcio di Matrix. Per la precisione, i 30-40 minuti finali. Ospiti in studio: Carlo Rossella, Laura Freddi, Maddalena Corvaglia e Giorgia Palmas, con un’apparizione di Gabriele Cirilli. Non so se a inizio puntata vi fosse qualcun altro in sala, ma non è questo il punto.

L’argomento di discussione era il valore intellettuale di una velina, se possa o non possa fare politica, se sia solo un oggetto del desiderio o se nonostante il lavoro di immagine possa essere considerata persona colta o, meglio, intelligente.

Tra i servizi, alcune interviste a diversi giovani e un test di cultura generale ad una manciata di studentesse universitarie di varie facoltà di Roma La Sapienza.

L’argomento era ed è tutt’ora scottante. Importante. Determinante. Dopo le candidature alle elezioni europee di alcune donne che, in un passato recente, avevano avuto alcune apparizioni televisive, l’Italia si è spaccata in due.

Da un lato, i sostenitori di una condotta più etica, che non sopporta la presenza di showgirls e guitti sulla scena politica. Dall’altro i sostenitori di una condotta più democratica, che spalanca a qualunque cittadino le porte della Res Publica.

Generalizzando in due frasi questa spaccatura: “Le veline sono sceme” – “Le veline non sono sceme”.
E giù con i dibattiti su giornali e tv, riassumendo nella parola “Velina” ogni donna giovane e di bell’aspetto che per lavoro si è prevalentemente occupata di intrattenimento televisivo leggero.

Lo schema è quello classico: una parte politica offre un argomento, l’altra parte si oppone. Entrambi portano esempi più che validi a sostegno della propria causa. Al popolo viene chiesto di schierarsi.

Siccome, come detto, ogni motivazione ha in sè delle verità difficilmente contestabili, è dura dare ragione all’uno o all’altro. Allora che si fa? Ci si arrocca sulle proprie posizioni politiche. E’ la logica del confronto.

Naturalmente, ci si arrocca solo dopo aver dicusso (prevalentemente in modo aprioristico). Il popolo non è scemo; tuttavia, alla fine si arrocca.

Una partita a scacchi (anche se al tavolo ci sono pochi Kasparov). Le pedine sono esattamente identiche. La forma, i movimenti, la tecnica dell’arrocco, tutto uguale. Cambiano solo i colori. Scegli: bianco o nero. Prima i pedoni discutono, e poi viene l’arrocco, perchè i pezzi sono decimati e non c’è più nulla da dire.

Lo stesso è accaduto e sta accadendo con l’argomento “Veline & Politica”.

Il punto non è però se una showgirl abbia o meno le carte in tavola per fare politica. E’ pacifico che le abbia. Dal momento che è cittadina italiana ha il diritto di fare politica. Rivera era un calciatore, e fa politica in quanto cittadino italiano. Sgarbi è un critico d’arte, e fa politica in quanto cittadino italiano. Berlusconi è un imprenditore. Zanicchi è una cantante. Cofferati era un sindacalista. Prodi era un professore. Fini era un giornalista. Bebo Storti è un attore. Si potebbe andare avanti per ore, con nomi noti e meno noti. Tutti, in quanto cittadini italiani, esercitano il diritto di fare politica attiva.

Le showgirls quindi possono fare politica. E come per tutti quanti, si può discutere sulle loro capacità, o sulle idee che esprimono. Non certo sul loro diritto a fare politica.

Qui viene il punto caldo. Non è di diritti che si discute, quindi. Piuttosto, di capacità. Di competenze.

Una velina ha le competenze per fare politica? Molti dicono di no, perchè la frivolezza del loro lavoro non lascia trasparire molte capacità in merito a gestione della cosa pubblica. Molti altri dicono di sì, perchè per quanto il lavoro sia frivolo, ciò non presuppone anche scarse doti intellettive o culturali. Alcune studiano, altre sono già laureate.

D’altronde, per riportare gli esempi di Rivera, Bebo Storti e Zanicchi, i principali lavori da questi svolti non richiedono lauree. Uno è sportivo, uno e attore, l’altra artista. Ciò non impedisce loro di essere persone intelligenti. Il fatto che abbiano o meno una laurea può essere secondario.

Allora una velina ha le competenze per fare politica? Certo, può averle. Se io ballo in modo accattivante, mostrando le forme del mio corpo più o meno coperte, in un frullato di sorrisi e strizzatine d’occhio, ciò non è necessariamente indice di scarsa intelligenza o di mancanza di cultura. Faccio solo il mio lavoro.

Non si può generalizzare con l’equazione semplicistica Velina=Frivolezza o Velina=Ignoranza. Dimostra altrettanta ignoranza.

Io non conosco Maddalena Corvaglia e Giorgia Palmas personalmente. Come faccio a dire se sono persone intelligenti o meno? Come faccio a dire se sono persone colte o meno? Come faccio a dire se sono persone competenti o meno? Dovrei ascoltarle parlare. Dovrei vederle in azione sotto il profilo politico. Come vale per chiunque altro.

E’ naturale che tra Rita Levi Montalcini ed Elisabetta Canalis vi siano differenze. Alcuni aspetti sono nettamente a favore di Levi Montalcini, altri nettamente a favore di Canalis. Ed è naturale che, senza nulla togliere a Elisabetta Canalis (che di certo avrà poco da obiettare a riguardo), sul piano intellettuale Rita Levi Montalcini è qualche spanna al di sopra.

L’equazione di fondo che porta, nel complesso, a preferire in politica una persona come Rita Levi Montalcini piuttosto che una persona come Elisabetta Canalis è dettata dal senso comune, il quale tende a porre la cultura su un piano superiore rispetto allo spettacolo e al varietà. Tutto comunque indipendentemente dalla singola persona che può avere doti politiche nascoste, avulse dal lavoro svolto.

Il problema, quindi, non è il valore della persona in sè. Lo scervellarsi e il massacrarsi di dibattiti su questo argomento non porterà mai e poi mai a nulla. Una scienziata più che trentenne sarà con moltissima probabilità più intelligente (in senso tecnico) di una showgirl con meno di trent’anni, e una showgirl avrà sempre e comunque gli stessi diritti di partecipazione politica di una scienziata.

Parafrasando Clinton: “That’s Democracy, stupid”.

La questione è un’altra. La questione non è ciò che la Velina “é” bensì ciò che la Velina “rappresenta”.

Non si discute della persona, ma del personaggio. Le persone dello spettacolo, proprio per il loro lavoro, non “sono” ma “rappresentano”. Metaforicamente parlando, un attore può essere la persona più buona del mondo e interpretare la parte di Iago nell’Otello.

Le persone dello spettacolo, dunque, in quanto artisti, inviano messaggi. Continuamente. Soprattutto i personaggi della televisione. Strumento che ha sempre agito come punto di riferimento della società e che nell’Italia degli ultimi quindici-vent’anni l’ha fatta da padrona nel modellare gli stili di vita.

Non si dovrebbe discutere della capacità di una showgirl di fare politica, ma del fatto che una showgirl deve rendersi conto che se ha passato gli ultimi sei anni a fare un lavoro in cui la dote richiesta è muoversi sinuosamente, truccarsi e sorridere, non può pretendere che la gente accetti di sana pianta la sua candidatura politica.

E’ normale storcere il naso. Anche perchè, a conferma di quanto detto, nel momento in cui viene utilizzata in loro difesa la motivazione che “sono intelligenti, sono laureate, hanno studiato” (cosa in cui si può credere), gioco forza si sottintende e si ammette che per svolgere un compito politico siano necessari intelligenza, studi e titoli.

E’ l’assurdo fatto a forma di popolo! Mentre non si menziona nessuna capacità culturale e politica al momento della candidatura di una persona, nell’istante in cui ne viene contestata la competenza allora si portano alla luce esperienze e studi fatti.

Allora queste cose contano? O non contano? Il messaggio che si vuole mandare è la competenza tecnica o la popolarità? Perchè si dice “E’ una Velina ma ha la laurea” anzichè “E’ una laureata e fa anche la Velina”?

Agendo come si sta agendo, si invia il messaggio che ciò che conta sia la popolarità, incondizionata. Poi, se mai, anche le abilità politiche.

Una Velina può avere anche sei premi Nobel. Ma io, cittadino italiano in prossimità di elezione, vedo una persona che muove un bel sedere, ride e non esprime mezzo concetto culturale. Se non che ama i cani e che dentro è rimasta semplice.

Posso avere dei dubbi sulle sue capacità politiche?

Dal momento che nel nostro Paese ci sono un sacco di ottimi laureati a pieni voti – ma disoccupati o impiegati in lavori non proprio consoni alle loro capacità – se una Showgirl (o un Principe che ha danzato sotto le stelle e non sa parlare un ottimo italiano) viene candidata alle elezioni di punto in bianco, può sorgere il dubbio a me e ad altri cittadini che nel nostro Paese ciò che conta non è la capacità ma la popolarità?

E’ sbagliato pensare a priori che le Veline siano stupide. Fortemente sbagliato. La professione che hanno scelto richiede loro di ballare, sorridere, vestirsi alla moda, essere belle e provocanti. Il fatto che non siano richieste altre competenze, però, non implica che loro non le abbiano.

Tuttavia è vero che l’assenza di competenze “intellettive” (sempre in senso tecnico), non è un ostacolo a fare la Velina. Quindi, mentre una Velina è per forza di cose bella e abile a muoversi a tempo di musica, non è altrettanto scontato il fatto che abbia le capacità per entrare in politica.

Al mio posto, Aristotele avrebbe riassunto tutto il mio scritto in questo messaggio:

“Se sei bella, sai ballare e sorridi, puoi fare la Velina.
Se fai la Velina, puoi entrare in politica.
Se sei bella, sai ballare e sorridi, puoi entrare in politica.”

Senza dubbio, questa semplificazione può non corrispondere alla realtà. Non è detto che siano la popolarità e l’immagine ad essere determinanti.
Ma questo è il messaggio che ci giunge e, nell’era della comunicazione, il messaggio è la realtà.

Sarebbe l’ora di rivedere questo dannoso sillogsmo, che ormai si è insinuato nella nostra società.

Pubblicato in: on 11/05/2009 at 20:53 Commenti (3)

“Liberi di Scegliere”

Rovistando tra i miei libri, qualche tempo fa ho trovato un volume che acquistai nel mio primo anno di università, ma che non lessi mai (fatte salve la prefazione e qualche pagina del primo capitolo). All’epoca l’economia non mi piaceva.

Non che ora la adori, ma dal momento che sono appassionato di scienze sociali, non posso trascurare una materia che, in fondo, è alla base di qualsiasi società organizzata, anche di quelle più semplici.

L’autore del libro in questione è (anzi, era) Milton Friedman, che compilò il testo coadiuvato dalla moglie Rose.

Friedman, monetarista che vinse il Nobel nel 1976, diede sfogo in questo testo a tutte le sue istanze pro-liberali, parlando a tutto tondo della società a lui contemporanea (in prevalenza gli Stati Uniti del XX secolo).

Un testo non semplice. Diciamo non scorrevole. Non adatto per un primo approccio ai concetti dell’economia liberale e liberista, anche per il purismo con cui affronta l’argomento.
Un purismo così forte che, in certi punti, non mancano accuse di socialismo persino nei confronti degli Stati Uniti.

Assurdo, se si pensa che stava parlando di un Paese immerso in una Guerra Fredda contro l’Unione Sovietica, vero punto di riferimento del socialismo internazionale, non ancora imbarcatosi nell’avventura Afghana del 1979 e, sebbene all’inizio del suo declino, ancora colmo di un vigore che fece dire allo stesso Friedman (all’interno di una disamina sui sistemi socialisti) “[...] il crollo del comunismo e la sua sostituzione con un sistema di mercato sembra di gran lunga meno probabile [...]”.

Cosa che, in realtà, si avverò meno di quindici anni dopo la pubblicazione del libro.

Tuttavia, se si esce per un momento dal contesto in cui ci troviamo ora, provando a scrollarsi di dosso alcune “certezze” che ora ci appartengono più che altro per consuetudine o per abitudine, bisogna ammettere che, in effetti, per quanto “dure” e “crude”, le accuse e le teorie di Friedman non sono così lontane del vero e dal verificabile.

D’altronde l’autore mette sul piatto dei fatti concreti e non si limita a dire “se si fosse fatto” o “se si fosse detto”.

Prendendo spunto da grandi pensatori del passato come John Stuart Mill e Adam Smith, analizza la società contemporanea portando argomenti più che validi a sostegno del libero scambio internazionale, come quando dice che:

“I guadagni che qualche produttore riceve da dazi o altre restrizioni sono più che compensati dalle perdite degli altri produttori e soprattutto dai consimatori in genere”
E, in difesa dell’abolizione di dazi e contingentamenti, riporta l’esempio dell’economia familiare, spiegando che:

“nel fare la spesa per la propria famiglia, la soluzione preferita è senza dubbio quella di pagare meno per una quantità maggiore di beni”, cosa che si verifica se e solo se le frontiere sono aperte al libero scambio e scevre da balzelli e altri ostacoli alle merci in ingresso.

Ma non solo del libero scambio si parla nel libro.

Friedman scandaglia diversi aspetti dell’organizzazione sociale.

Studia il sistema scolastico sotto un’ottica nuova; rivede il concetto di uguaglianza in un’altra luce; critica costruttivamente l’assistenzialismo, portando alla luce i danni che provoca alla società; prende le difese del consumatore e del lavoratore contro chi, come le associazioni di categoria e i sindacati, fa i propri interessi passandoli per interessi della collettività.

Oltre a ciò, non manca di trattare argomenti più tecnici, come quando spiega che la crisi del ’29 è stata in realtà causata dalle limitazioni imposte al liberismo anzichè dal liberismo stesso (sebbene scritto trent’anni fa, il testo è incredibilmente applicabile anche alla crisi entro cui ci troviamo ora), e dimostra come l’inflazione sia un problema essenzialmente monetario e indipendente da cause esterne quali il prezzo del petrolio, le crisi politiche internazionali o – ironicamente, per prendersi gioco di alcuni governi – il maltempo.

In altre parole, un ottimo frullato di concetti liberali.

Un testo che consiglio volentieri a chi ha qualche dubbio sul liberismo, a chi ha il coraggio di mettere in discussione alcune certezze, a chi ha intenzione di approfondire un’aspetto dell’economia che i governi e le burocrazie (in quanto tali) tendono a trascurare se non proprio a nascondere.

Un testo che spiega, con numerosi esempi, il vero significato della parola “Liberismo”, purtroppo molto spesso frainteso, mistificato, danneggiato e ridotto a mero strumento di potere dei ceti più abbienti.

Per chi fosse interessato, il titolo originale del testo è “Free to choose” e l’edizione italiana su cui mi sono appoggiato è quella della Teadue (1994).

Concludo riportando ciò che il curatore, Sergio Ricossa, ha scritto nella prefazione al libro, a proposito del liberismo e all’interno di un paragone tra lo stesso Milton Friedman e il nostro Luigi Einaudi (personalità politica verso cui provo una stima senza pari):

“Contro il pregiudizio che il liberismo sia una dottrina simpatica ai ricchi e pericolosa per i meno abbienti, entrambi hanno perorato in favore di un’economia giusta e virtuosa, la stessa che non piace ai monopolisti e alle sansigue sociali di ogni genere [...] entrambi non hanno mai pensato a una società ridotta a un meccanismo passivo, senz’anima, nel quale possano metter le mani i prepotenti per cercare di farne quello che vogliono”

Buona Lettura

Pubblicato in: on 08/05/2009 at 21:47 Lascia un Commento

Buon 25 aprile

E anche quest’anno siamo arrivati al 25 aprile. La festa più contestata della Repubblica Italiana.

Come ogni anno, anche quest’anno scatta la discussione: “è una festa di tutti” dice uno… “è la festa dell’Italia” dice un altro… “è una festa faziosa” dice un terzo…

Chi va in visita alle tombe dei partigiani, chi a quelle dei soldati americani, chi nelle città medaglie d’oro al valore…

Chi va nelle piazze sventolando bandiere, prevalentemente rosse, chi invece la evita per paura d’esser fischiato, o perchè addirittura la disprezza, e chi ci va perchè il ruolo istituzionale lo costringe…

Insomma, anche quest’anno polemiche.
Polemiche sterili, forzatamente raffreddate da dichiarazioni di stampo “volemose bene”.

Tutto a dimostrazione che questa festa, di “italiano” (in senso patriottico), ha poco. Molto poco.
I tentativi stessi di renderla la festa di tutti sono la prova che in fondo non è la festa di tutti. Se no non ci sarebbe bisogno di (riba)dirlo ogni anno.

Allora perchè non lo è?

Perchè è un simbolo. Il simbolo di una lotta nobile nei fini, ma tristemente gestita da un popolo (il nostro) che non ha mai smesso di fare i conti con il proprio passato. E li ha fatti pure male.

Altro che tedeschi.

Loro hanno avuto il nazismo, che rispetto al fascismo è stato peggio.

Loro hanno avuto il Paese letteralmente spaccato in due; sono stati divisi da un muro; sono stati occupati da forze straniere. E non forze qualunque, ma capitalisti da una parte e comunisti dall’altra.

Eppure il 3 ottobre, da quando il “loro” simbolo è crollato e si sono riunificati, la festa è diventata subito di tutti…

Invece a sud delle Alpi, ancora polemiche tra nostalgici affliti da cecità storica, civile e mentale.

E si pretende di parlare di 25 aprile come festa di tutti?

La Resistenza, quella sì, è di tutti.

Il 25 aprile, purtroppo, no. Il 25 aprile ha perso il suo significato originario e ne ha assunto uno deviato.

Per colpa di chi?

Per colpa di una parte di sinistra, che da sempre l’ha considerata una festa sua. Magari di nascosto, ma l’ha sempre considerata sua, permettendosi di fischiare chiunque non si presentasse vestito di rosso all’appuntamento.

Per colpa di una parte di destra, che non è mai stata capace di accettarla come festa di tutti, preferendo coltivare un’attitudine nostalgica e lasciando il territorio al presunto nemico. Avallando in questo modo la teoria che la festa fosse effettivamente solo di una parte. Mentre la Resistenza ha fatto un piacere proprio a tutti.

E poi ancora le gare a dire “La Resistenza l’hanno fatta i partigiani comunisti” e “No, nella Resistenza c’erano anche cattolici, liberali, persino americani“.

E allora?

Perchè è sempre così difficile, per un nostalgico di sinistra, ammettere che alla Lotta di Resistenza hanno partecipato anche dei preti, dando un notevole contributo alla causa?

Perchè è sempre così difficile, per un aficionado di destra, accettare il palese fatto che la Resistenza sia stata prevalentemente comunista con effetti benefici per tutti?

No, non si può.

I muri in Germania erano di cemento ma sono crollati. Qui erano meno pesanti, ma sono rimasti.

Io proporrei di abolirla, questa festa disgregante.

Non perchè rappresenti un valore sbagliato. Tutt’altro. Il Valore è da difendere strenuamente. Ricordarlo.

Si potrebbe mantenere il nome “Giorno della Liberazione”, ma senza festeggiarlo (tanto per i lavoratori, a distanza di una settimana c’è il primo maggio, altro punto dolente).

Perchè la Resistenza è e resta un Valore. Tuttavia, quel valore, è stato tradito da tutti noi. Di qualsivoglia parte. Che non abbiamo saputo dargli il valore che aveva, rendendolo una questione personale anzichè nazionale.

Io proporrei di abolirla. Così, con decisione drastica.

E sostituirla con il 9 luglio. Il 9 luglio 2006.

Perchè, sinceramente, noi ci sentiamo fortemente italiani e uniti solo per un mese ogni 4 anni. E’ giusto, quindi, celebrare il giorno in cui quel mese viene completato con una vittoria planetaria che vede gente di destra e di sinistra, del nord e del sud, abbracciarsi in un frullato di bandiere bianche, rosse e verdi.

E ricordare così le nostre vere vittorie.

Perchè d’altronde, come disse Churchill: “Gli italiani perdono le guerre come fossero partite di calcio e le partite di calcio come fossero guerre”.

Certo, qualcuno potrebbe obiettare “perchè non l’11 luglio 1982?”

Bè, vuoi mettere sconfiggere i francesi?…

Pubblicato in: on 24/04/2009 at 22:33 Lascia un Commento

Corazzata in C5

Qual è la zona a rischio di conflitto più elevato sul pianeta?

La Palestina? Lo Stretto di Taiwan? l’Afghanistan? Qualche area ingovernabile del continente africano?

No.

E’ il Golfo di Aden.

Dov’è?

Nel Mare Arabo, a sud dello Yemen e a est della Somalia, il Corno d’Africa.

Cosa succede da quelle parti?

Ogni tanto, sentiamo parlare del Golfo di Aden a causa di qualche attacco pirata (in generale mezzi pilotati da somali) a navi di passaggio. Prevalentemente portacontainer e petroliere, ma non sono mancati rischi di assalti a navi da crociera.
L’instabilità dello stato somalo, rende la zona “fuorilegge” e pericolosa.
Mogadiscio è inesistente e tutto intorno è anarchia.

Ma è possibile che qualche nave corsara possa mettere a rischio un intero pianeta?

No. O meglio, non loro da sole.

Non sono infatti i pirati a mettere in pericolo il mondo. Loro si “limitano” a fare danni nella zona.

Una zona che è crocevia fondamentale per il commercio di tutto il globo.

Di lì infatti passano navi cariche di petrolio, di metalli preziosi, di materie prime, di prodotti finiti o semilavorati, di cibo, di risorse. Di cose che poi si trasformano in soldi e ricchezza.

E’ un’area di traffico commerciale sin dalla nascita dei trasporti marittimi, il punto di snodo di tre continenti: Europa (i soldi), l’Asia (il lavoro) e l’Africa (le materie prime).

Siamo tutti appesi lì. Anzi, a mollo, trattandosi di mare.

Qual è la causa del trambusto, allora?

I metodi utilizzati per contrastare il rischio pirateria: le navi da guerra.

Tutti, tutti, tutti, anzichè cercare una soluzione politica multilaterale e condivisa per proteggere i propri commerci, cercando di rimettere le cose a posto in Somalia, inviano navi da guerra.
Scelta unilaterale.

Effettivamente, il metodo usato risulta molto più rapido, molto più semplice.

Ruanda, Darfur, Palestina, per dirne alcune, dimostrano quanto sia complicato cercare una soluzione “a tavolino” che metta le cose a posto, una volta per tutte (e per tutti).

Figuriamoci in una zona dove passano giornalmente tonnellate di merci e materie prime.

Ed ecco che in quella zona c’è la più alta concentrazione di navi da guerra dell’intero pianeta.

Russi, Americani, Cinesi, Indiani, Europei, Iraniani. Tutti lì.
In questi giorni sono partite armate dalla Corea del Sud, e in Giappone stanno per varare una legge in modo da poter fare altrettanto.
Quel mare è un frullato di natanti militari, in pratica.

Proteggere i commerci è la spiegazione.

Però c’è un piccolo problema. Cosa succederebbe se, per sbaglio, una nave americana si avvicinasse troppo a una iraniana? E se lo facessero i cinesi con gli indiani?

Ipotesi da risiko naturalmente. Non vengono certo sparati siluri a casaccio, da quelle parti. E meno male che non è così.

Nessuno attacca con tre dadi, per restare nella metafora ludica.

Però, è vero che per ogni volta che si fa un pieno di benzina, che si acquista un chilo di kiwi o si regala un giocattolo al nipotino, bè, c’è una nave da guerra con i radar accesi pronta ad assicurare ai propri connazionali di mantenere lo stile di vita.

Naturalmente, ormai non si può più parlare di guerra.

E’ out, è fuori moda.

Il barone Von Clausewitz è morto nel 1831, portandosi con sè la “prosecuzione della politica con altri mezzi”.
E dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, i Ministeri della Guerra hanno lasciato il posto ai Ministeri della Difesa.

La guerra diventa peacekeeping o lotta al terrorismo internazionale.

I nomi e le definizioni fanno tutto.

Tutti contro pirati in mare e terroristi in terra.

Nessuno parla più di guerra in senso stretto, oggi.

Intanto, per difendersi da quattro navi pirata autogestite, scendono in campo (pardon, in acqua) incrociatori e corazzate.

E’ vero, è necessario proteggere i commerci e difendersi dall’anarchia.
I sono per il libero commercio, per gli scambi economici (oltre che politici e culturali).

Ma è anche vero che quelle armate sono tutte nello stesso punto. E per interessi nazionali, non di ordine internazionale.

Il che lascia pensare.

Pubblicato in: on 15/03/2009 at 13:51 Lascia un Commento