Meritocrazia, parola complicata.
Meritocrazia, parola spaventosa.
Meritocrazia, parola erudita.
Meritocrazia, parola ricercata.
Meritocrazia, parola soprattutto inflazionata.
Se ne sente parlare da anni, generalmente accostata a due espressioni emblematiche quali “è necessaria” e “non esiste”.
Dal primo all’ultimo cittadino della Repubblica Italiana (in ordine alfabetico, per non far torti a nessuno), si sente ripetere che la meritocrazia è necessaria, ma non esiste. E che non viene fatto nulla per farla esistere.
Ha senso, tutto ciò? Secondo me c’è qualcosa sotto. Ci deve essere una spiegazione plausibile.
Altrimenti, sarebbe come parlare dell’importanza dell’ossigeno, restando in apnea.
Ed infatti, a me sorge un dubbio. Un dubbio profondo. Radicale. Una domanda secca, che mi sono fatto per la prima volta in seconda liceo, quando la professoressa di scienze mi diede 5 per un’interrogazione che, a me, era parsa almeno da 6.
Domanda naturalmente giunta solo dopo aver detto peste e corna dell’accaduto, dentro me.
Il dubbio non ruotava intorno alla convinzione perentoria “mi ha valutato male”; piuttosto, intorno alla domanda “che metro di valutazione ha utilizzato?” – sia chiaro, in termini più terra terra, tipo “ma che c…o ha in testa?”.
Ebbene, oggi questo forte dubbio è tornato; più articolato, forse. Ma sempre fedele al suo intento.
Quando parliamo di meritocrazia, di meriti, che metro di valutazione utilizziamo? O meglio, che c…o abbiamo in testa?
Sì, perché se si parla di ossigeno restando in apnea, significa primariamente che non si ha la benché minima idea di che cosa sia l’ossigeno e di come si debba agire per procurarselo.
Ora, quindi, prima di chiedersi se c’è meritocrazia, sarebbe più opportuno chiedersi cos’è la meritocrazia.
Risposta etimologica: Governo del Merito. Dall’accostamento delle parole Meritum (dal latino “cosa meritata, ricompensa”) e Kratos (dal greco “forza, governo”). Rimando a voi ulteriori ricerche sul termine e sul suo inventore, il sociologo britannico Michael Young.
Risposta meno tecnica, ma più esplicita: fate spazio a chi è più bravo.
Tutto chiaro? Certo, è chiaro perché è ciò che tutti pensiamo.
Allora perché non si riesce a metterla in pratica, questa cosa tanto semplice? Perché evidentemente è complicato sapere chi è più bravo, e soprattutto più bravo a fare cosa… E, come se non bastasse, ci si mette pure l’estrema difficoltà a trovare una persona abbastanza abile e neutrale da sapere sia il chi sia il che cosa e, in ultima analisi, fidarsi del suo giudizio ed accettarlo…
Quindi, fatte salve le competizioni sportive dove il giudizio di un arbitro è ridotto al minimo e dove (doping escluso) la superiorità di un atleta si manifesta in modo limpido - come ad esempio nei 100 metri piani – si può dire che la meritocrazia pura è impossibile, in qualsiasi attività umana.
Laddove c’è un giudizio, non può esservi meritocrazia pura.
In primo luogo perché il giudicante, essendo umano, può commettere un errore di giudizio. In secondo luogo perchè, siccome può commettere un errore di giudizio, è passibile di critica.
In terzo luogo (e questo è il più importante) perché chi critica, generalmente, si autoconvince di avere capacità di giudizio superiori a quelle del giudicante. Soprattutto quando il giudizio riguarda lui stesso, o qualcosa a lui legato.
Perché, diciamocelo francamente, i primi a non essere meritocratici sono proprio coloro sui quali la meritocrazia dovrebbe agire.
Infatti, a meno che non si tratti di fare una gara di nuoto contro Thorpe o un brain-training con Dulbecco, è raro sentir dire “ho fallito perché l’altro è stato migliore”.
C’è sempre un arbitro cornuto. C’è sempre un professore bastardo. C’è sempre un capo incompetente. C’è sempre un collega leccaculo. C’è sempre un giudice fazioso.
C’è sempre una giustificazione. Tranne quando le cose vanno bene. A quel punto la meritocrazia ha funzionato.
Però, però, però…
Quanto detto non spiega il fatto che, nell’aria, circola effettivamente una maleodorante assenza di meritocrazia…
Insomma, ammetto che, lette queste mie parole, molti talenti (frullati verso i bassi strati della società italiana in favore dell’ascesa di molti caproni incompetenti) potrebbero a ragione mandarmi a quel paese.
E’ un dato di fatto che da noi la meritocrazia è carente. Non si spiegherebbe la fuga di cervelli, ad esempio.
Allora cosa c’è che non quadra? In fondo siamo tutti d’accordo sul fatto che la meritocrazia non esiste ma, quando qualcosa volge a nostro vantaggio, pensiamo che ce la siamo meritata…
Si faccia avanti chi pensa di non meritare ciò che ha o la posizione che ricopre (per non parlare del fatto che molti pensano di meritare anche di più)…
Si torna dunque al punto di partenza. Cos’è la meritocrazia?
Ecco, forse, il punto chiave.
Credo che, per farla breve, non esistono società non meritocratiche. La meritocrazia esiste, ovunque, anche in Italia.
Il merito consiste nell’avere i mezzi e le capacità di salire i gradini della gerarchia entro cui viviamo, secondo le regole della società in cui viviamo. Perché, è bene ricordarlo, per quanto giuste e universalmente accettabili le utopie di Moro e Campanella, qualsiasi raggruppamento umano (dalla classe scolastica alla squadra di calcio, dalla tribù amazzone allo Stato inteso come corpo di cittadini) è organizzato secondo piani gerarchici.
La gerarchia è insita nella natura dell’uomo e risponde a determinate regole e convenzioni non scritte. Per fare strada, bisogna rispettare quelle regole.
Si può non condividere il tipo di merito e le suddette regole, ma è difficile non ammettere che se qualcuno “ce la fa” ha avuto il merito di farcela secondo le regole della società, del gruppo, della banda, della squadra entro cui vive.
In poche parole, noi diciamo che l’ossigeno è importante restando in apnea. Ma forse il nostro errore non è stare in apnea, ma ostinarci a considerare che ad essere importante sia l’ossigeno.
Forse abbiamo bisogno di carbonio.
Cinico ma, purtroppo, verosimile.
